1.2.05

Il Giorno della Smemoria

Giovedì 27 gennaio, sessantesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz e ricorrenza del Giorno della Memoria, la Rai, dopo essersi profusa in uno di quei bagni di retorica ‘tout-court’ tanto accorata quanto, purtroppo, saltuaria e formale, ha deciso di concludere (più o meno) degnamente il palinsesto quotidiano proponendo in prima visione lo straordinario film “Il pianista” di Roman Polanski, basato sulla storia realmente accaduta al musicista ebreo Wladyslaw Szpilman e, a seguire, il solito giro di parole vespiano acutamente e anticonvenzionalmente intitolato “Mai Più”.
Tale sforzo pedagogico e divulgativo, oltre che pedante e – in fondo – irritante se paragonato al livello medio dei contenuti storici e culturali comunemente diffusi dalla Televisione di Stato in qualunque giorno della settimana (le trasmissioni di approfondimento e le testimonianze documentali sono generalmente deportate – ironia della sorte – in quei lager catodici che sono le ore notturne o i canali ‘minori’), ha raggiunto il proprio acme vergognosamente contradditorio durante la proiezione del film vincitore della Palma d’Oro a Cannes e di tre Oscar cinematografici.
Iniziato con il ‘solito’ ritardo alle ore 21:07 causa propagazione incontrollata di spot e di anteprime, all’avvicinarsi dei primi momenti di pathos e massimo coinvolgimento emotivo il film veniva interrotto – alle ore 21:32 – dalla prima interruzione pubblicitaria da sette minuti, comprendente il fascino di una coupé superveloce, le doti del cioccolato con più latte e meno cacao e un anticipo sulla nuova fiction interpretata dal veterinario Gigi Proietti (ma non era un maresciallo dei carabinieri?). Mah…
L’immagine di un bimbo morto di stenti e abbandonato sul marciapiede ci fa capire che, forse, siamo tornati alla proiezione del film: sono le 21:39. Rientriamo lentamente nell’espressione cupa e intensa del viso di Adrien Brody e, alle ore 22:06, la voce stridula della particella di sodio risuona tra i muri del Ghetto di Varsavia in fiamme. Seguono una gomma da masticare che non fa male ai denti, un miracoloso antirughe e, finalmente, la testimonianza della partigiana e orgogliosamente comunista Sabrina Ferilli che dichiara la sua passione per uno shampoo.
Ritorniamo di nuovo tra le macerie dolenti e i vagoni piombati alle 22:10, straniti e confusi più dalla condotta della Rai che dallo stupro della pellicola (e da quello che “dovrebbe” rappresentare), per essere di nuovo ‘interrupti’ alle ore 22:37 – per l’ultima volta, di grazia – e sapere che esiste un nuovo corso informatico a fascicoli settimanali, che gli scoiattoli mangiano cioccolatini al latte e che da oggi, non paghi di cretinate, possiamo anche aggiungere una colonna sonora alle nostra video-chiamate.
Lentamente la pellicola si dissolve nell’angoscia degli eventi narrati, immanenti e vicini, e nell’amarezza dettata dal confezionamento mutilato (e, purtroppo, simbolico) a lei riservato dal cosiddetto Servizio Pubblico, sempre e solo attento agli obiettivi commerciali (questo episodio ne è la conferma) e mai realmente educativo ed esemplare. Le parole, questa volta, non bastano: vergognamoci, almeno oggi, in silenzio, alla luce dei valori che tramandiamo quotidianamente ai più giovani attraverso quella rutilante e chiassosa scatola luminosa.

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